Smart working: un “virus” che deve contagiare tutto il Paese

L'arrivo in Lombardia del Coronavirus Covid-19 ha rilanciato in modo massivo una modalità di lavoro predicata da anni e mai davvero decollata, che questa pessima occasione potrebbe consacrare a best practice non soltanto per la sostenibilità ambientale, ma anche per la produttività e il benessere dei lavoratori.

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2020-02-25T18:05:30+02:00

Condivideo.Live

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Smart Working - Photo Pixabay

Come molte altre trasformazioni di cui si parla ormai da molto tempo, anche il “lavoro agile” sta faticando ad imporsi in Italia. Benché questa modalità di lavoro abbia già un un quadro normativo di riferimento all’interno della Legge n. 81/2017, in questi primi tre anni il ricorso a questa opportunità ha fatto registrare numeri piuttosto bassi e scarsa convinzione da parte di datori di lavoro e dipendenti, la cui vita sembra essere difficile da stravolgere, quandanche ciò avvenga in senso positivo.

Prima di ogni altra considerazione è bene chiarire cosa intenda il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con questo termine: “Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività“.

In un’epoca caratterizzata da tecnologie in grado di connettere le persone in qualsiasi momento e da qualunque luogo, di dar loro accesso a documenti, progetti, strumenti e processi di lavoro e di verificarne in tempo reale la produttività e l’apporto, una simile soluzione sembrerebbe non soltanto auspicabile, ma indispensabile per dar vita a quella trasformazione che potrà davvero compiersi soltanto quando determinati vincoli, tipici del passato, saranno definitivamente rimossi e superati.

Ciò che è successo con il manifestarsi del Coronavirus Covid-19, prima nel basso lodigiano e poi in molte altre località della Lombardia e in altre regioni, ha spinto il Governo a semplificare il ricorso allo smart working nelle aree considerate a rischio, intervenendo con il Dpcm del 23 febbraio 2020. Una spinta che ha convinto un gran numero di aziende lombarde a sperimentare il lavoro agile, fosse soltanto per stare alla larga da rischi ben più gravi per il business e per i lavoratori.

A molti addetti ai lavori è sembrato assurdo aver dovuto attendere una circostanza così nefasta, ma questa è certamente un’ottima occasione per dimostrare che il nostro Paese è maturo per una nuova dimensione di lavoro, già sperimentata da anni da milioni di partite IVA e freelance e di assoluta importanza per la nostra economia, per l’ambiente e per i cittadini. Il lavoro agile non è infatti un’utopia da nerd, ma una realtà in grado di offrire molti importanti vantaggi, non soltanto ai lavoratori.

In questi giorni di emergenza, infatti, complici anche le scuole chiuse e le attività culturali, sportive e ricreative bloccate, molte città della Lombardia – Milano su tutte – hanno sperimentato un livello di traffico e di inquinamento mai provati da molti decenni e dimostrato che oggi si può davvero lavorare da casa e rendere come e meglio che dall’ufficio. Ovviamente non tutte le attività sono uguali e non sempre questo è possibile, ma tra il vecchio e rigido modello e il lavoro agile ci sono infinite possibili sfumature e varianti.

Ciò che questa crisi dovrà necessariamente lasciare, in ogni caso, è la consapevolezza che lo smart working non è un favoleggiamento irrealizzabile, ma il frutto gustoso e benefico di un poderoso mix di condizioni: le opportunità offerte dalle nuove tecnologie e dai nuovi modelli e processi di lavoro, l’apporto – non soltanto normativo – delle istituzioni nazionali e internazionali, la fiducia dei datori di lavoro, la serietà e l’impegno dei lavoratori, l’organizzazione delle famiglie e della società in nuove forme, più moderne e funzionali.

Quello dello smart working è dunque un “virus” che deve diffondersi rapidamente in questo Paese, sia tra le grandi imprese che tra tutte le altre, perché un mondo digitalizzato, moderno e sostenibile non può prescindere da questo fondamentale presupposto. Questo comporterà la necessità di rivedere strutture e infrastrutture, di rendere le case idonee al lavoro e gli spazi di coworking più numerosi, accoglienti, flessibili ed economici, ma aprirà le porte della nostra civiltà ad enormi opportunità, che oggi lasciamo per lo più chiuse fuori dai nostri vecchi uffici.

Foto di StockSnap da Pixabay

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